Viaggio a Est dove nascono tutte le storie


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Viaggio a Est dove nascono tuttte le storie

Uno scrittore bestseller di romanzi storici racconta l'origine dell'immaginazione. Dalle Mille e una notte in poi

di Marcello Simoni

 

Quando Antoine Galland frequentava i bazar di Istanbul allo scopo di acquistare libri arabi e persiani per la biblioteca reale di Francia, la raccolta di racconti nota con il titolo di Alf layla (Le mille notti) celebrava già da secoli, in terra d’Oriente, lo splendore di Damasco, “giardino del paradiso”, di Baghdad, “madre del mondo” e della Mosul dei tessitori di seta, insieme alla maestosità del Cairo, di Aleppo e di Bassora. Si trattava di racconti dai dialoghi vernacolari, spesso affidati all’oralità dei cantastorie e dei viaggiatori, come accade all’inizio di Sinbad il marinaio girato a Holliwood nel 1947, oppure codificati nell’arabo fuṣhā, lingua letteraria destinata alla forma scritta. Nati in Persia, in Siria, in India e in Egitto, questi racconti vantano genesi e provenienze così diverse da rendere impossibile stabilire come e quando furono messi insieme. Ma è proprio in virtù di questa natura multiforme, e del loro fantasmagorico peregrinare da un’ambientazione all’altra, che le Notti delineano una geografia del meraviglioso capace ancora oggi di farci sognare.

Ecco perché non ho resistito alla tentazione di scrivere un romanzo intriso di simili atmosfere, a costo di muovermi come un equilibrista tra la verosimiglianza storica e i resoconti di antiche cronache di viaggio non meno appassionanti delle Notti. Cronache a volte ambigue ed enigmatiche, dal momento che la geografia del meraviglioso alla quale esse stesse di tanto in tanto attingono abbraccia interi mari e deserti, accennando a oasi sperdute e isole misteriose fra le quali vagarono personaggi a cavallo tra la realtà e l’immaginazione, come Alessandro Magno e Antar il Beduino, Jehan de Mandeville e l’esploratore berbero Leone l’Africano.

Tanto intricato, in questa messe di testi, è l’ordito che mescola l’autentico con l’artificioso, da rendere impresa ardua distinguere la verità dalla menzogna. Se infatti lo storico arabo Ibn al-Nadīm (X secolo) definisce l’Egitto terra di maghi e d’incantatoti, il testo altomedievale dei Mirabilia orientali colloca lungo le rive dei Nilo, insieme agli elefanti, una stirpe di uomini alti quindici piedi. E se il califfo di Damasco ʽÒmar ibn ʽAbd al-ʽAziz usava collezionare cimeli antichi trafugati dalle tombe dei faraoni, il signore di Baghdad Al-Ma’mūn, grande appassionato di libri, diede ordine ad alcuni negromanti e cacciatori di tesori di profanare la Sfinge della necropoli di Giza.

Più nozioni mi appuntavo e più aneddoti storici esaminavo durante la fase di documentazione che, come di consueto, anticipava la scrittura del mio romanzo, più mi sembrava di veder scorrere davanti ai miei occhi le scene del Ladro di Bagdad diretto nel 1924 da Raoul Walsh. Un film che mi riportava all’infanzia. Ai momenti in cui ha preso forma il mio immaginario avventuroso.

È stato allora che ho capito con esattezza quale genere di romanzo volevo scrivere. Inseguivo una trama che avesse la stessa impalpabilità dei falsi storici di Borges. Lo stesso sapore esotico dei racconti che i cammellieri solevano ascoltare al barlume delle lanterne, mentre riposavano nei caravanserragli lungo la via della seta. Storie sul paese perduto della regina di Saba, sui jinn del deserto e sulla terribile rocca di Alamut, entro la quale si rifugiavano la setta degli assassini e il leggendario Veglio della Montagna. Storie attraverso le quali poter vivere lo stesso incanto che, nel 1375, guidò la mano di un geografo maiorchino facendogli disegnare un Oriente popolato di mostri nel capolavoro cartografico oggi noto come Atlante di Carlo V.

Perciò sono ricorso alla magia.

La magia più remota. Quella di re Salomone. La stessa descritta nei grimori della demonologia medievale. Una magia più potente dell’Al Azif scritto nell’VIII secolo dall’arabo pazzo Abdul Alhazred. La magia alla quale accennano le leggende musulmane e persino certi racconti delle Notti, in virtù della quale era possibile asservire i jinn e persino intrappolarli dentro dei vasi di terracotta, allo stesso modo in cui gli esorcisti ebrei, ancora in età moderna, imprigionavano gli spiriti maligni dopo averli costretti a uscire dai corpi degli ossessi.

Non è possibile scrivere un romanzo ambientato in Oriente senza ricorrere a questa forma di magia. A patto che se la si riconosca per quel che realmente è, ovvero un sistema di simboli e di nomi legati a tradizioni precedenti alla scrittura del Corano. Un labirinto di miti esteso dal Maghreb al Catai e passato – come le Notti – attraverso la bocca di mille e mille persone, le prime delle quali appartenevano alla civiltà pagana di Ugarit.

È in quei tempi che affondano le radici dell’immaginazione. Tempi in cui cadono gli angeli, sorgono i giganti e nascono le sirene, insieme ai mostri più antichi e ai progenitori di Belzebù, di Lilith e di Alabasdria. Tempi in cui, si racconta, la regina di Saba vagava sulla terra camminando su zampe di capra e re Salomone possedeva un trono in grado di volare.

Tempi in cui il genere umano iniziò a raccontare meraviglie.

 

 


30/06/2023

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