IL CAMEO DI KINGSLEY PASTICCERA
La regina del romance attrice per un giorno sul set di "Non è un paese per single", tratto da un suo libro ci racconta come è andata l'esperienza con la troupe
Di Felicia Kingsley, su Robinson
Per me scrivere un romanzo è sempre stato P un atto più di trascrizione, in realtà, o addirittura di traduzione: dentro la mia testa vedo la storia come un film e raccontarla significa scegliere le parole e le frasi giuste perché chi legge riesca a vedere ciò che vedo io nella mia immaginazione. Un anno fa mi è capitato l'esatto contrario: sul set cinematografico della trasposizione di Non è un paese per single stavo per vedere con i miei occhi qualcosa che è sempre stato nella mia testa. Ma quella magia non l'avrebbe fatta una bacchetta magica, bensì un esercito di persone armate di caffè a litri, walkie-talkie, metri da sarta e una pazienza incommensurabile. Già, perché pazienza è la parola chiave di un set. Il calendario segnava i primi di dicembre, l'inverno alle porte pronto a bussare con gelo e nebbia, ma le colline di Montalcino, forse per gentile concessione del destino verso la produzione, mi hanno accolta in un caldo abbraccio di benvenuto. Il cielo di un azzurro terso, vibrante e l'aria tiepida di un mite inizio autunno. Uno dei miei film preferiti di bambina è Mary Poppins e mi è sembrato di saltare dentro a uno dei panorami disegnati da Bert con il gessetto sul marciapiede: ogni scorcio, ogni filare di cipressi, ogni casale in pietra color miele sembrava posizionato lì apposta, studiato dalla natura per farmi sentire a "casa", dentro la Belvedere che avevo immaginato per la storia di Elisa e Michele. Ma non c'era troppo tempo per perdersi a contemplare la poesia paesaggistica, perché il set era un formicaio in piena attività. Un centinaio di persone - tra cast, produzione, reparto tecnico e maestranze - si muoveva in una danza frenetica ma coordinata. Un caos controllato di luci, cineprese, relle di abiti, trasportati e sistemati con precisione certosina: tutti sapevano cosa dovevano fare, trovarmi d'impaccio con il mio vagabondare curioso è stato un rischio che ho corso più di una volta. Non ero mai stata su un set in vita mia, la voglia di scoprire, sapere, chiedere, imparare era troppa. Nella mia testa martellava un'unica domanda: ma allora è così che si fa un film? Ma il darsi da fare e ottimizzare i tempi valeva anche per me perché non ero lì solo per osservare o per fare un saluto di cortesia.
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10/05/2026